DIALOGO E CHIAREZZA

In questi anni, prima come sottosegretario agli Esteri e poi come vice ministro degli Esteri, penso che il mio lavoro si sia caratterizzato in un’azione politico diplomatica improntata al dialogo, spesso franco, ma costruttivo, per la risoluzione di problemi o anche vere e proprie crisi, attraverso proposte concrete e nella promozione di rapporti paritari.

 

USCIRE DALLE CRISI

Sulla Libia ho contribuito perché tenessimo in equilibrio solidarietà e sicurezza: non essere ostaggio dei trafficanti di esseri umani e nello stesso tempo non perdere la nostra anima umanitaria. Ho emesso un bando per le OSC per lavorare nei centri di detenzione che sono un inferno.
Una pagina importante del mio lavoro sono stati certamente i
corridoi umanitari, promossi e gestiti da Comunità di Sant'Egidio, Tavola valdese e Federazione delle chiese evangeliche in Italia, in collaborazione con i ministeri di Interno e Esteri e che hanno portato in salvo più di mille persone dall'orrore siriano, in meno di due anni. Oggi questo modello italiano, presentato dal Presidente Gentiloni all'Onu, dove ha suscitato enorme interesse, è stato già replicato da alcuni Paesi europei e ha avuto consensi unanimi tra le forze di tutto l'arco parlamentare.

 

AMERICA LATINA

Tra le altre tante questioni, come quelle riguardanti l'internazionalizzazione degli enti locali, mi sono occupato a lungo anche di America Latina, continente che nei primi anni 2000, viveva un periodo di dinamismo economico-politico. Ora, con il crollo del prezzo del petrolio e delle materie prime, con prospettive di stabilità meno certe in alcuni Paesi, per noi italiani è stata l'occasione per esportare il nostro modello d'impresa. Molti governi ci chiedevano di insegnar loro a fare PMI, perché ai latinoamericani sembra un sistema più adatto e meno invasivo delle multinazionali. Però il mondo delle PMI è una specie di ecosistema perfetto che difficilmente si può esportare e qui è stato necessario e virtuoso allo stesso tempo, un coinvolgimento diretto delle nostre imprese, del Ministero degli Esteri e una collaborazione molto proficua con il Ministro allo Sviluppo Economico Carlo Calenda.

Le opportunità di questo Continente fanno dell'America Latina un partner d'elezione per l'economia italiana.

Allo stesso tempo, ho seguito con grande attenzione e preoccupazione la difficile condizione di tanti nostri migranti in alcuni Paesi in crisi nella stessa area. In particolare in Venezuela, dove mi sono recato ben cinque volte perché non fossero umiliati i diritti di tanti nostri concittadini.

L'America Latina ha molti mondi e in questi anni il mio lavoro è stato anche quello di trovare alleati per emplementare l'interscambio culturale, scientifico e della cooperazione allo sviluppo, attraverso organizzazioni intergovernativa che collaborano con il Ministero degli Esteri, come 'Istituto italo-latino americano" (IILA).

IL RILANCIO DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Un'Italia che non coopera declina. È questo lo spirito con cui i Governi Renzi e Gentiloni hanno guardato al settore della cooperazione internazionale dopo la riforma di marca PD approvata nell'agosto 2014. Una delle risposte da dare al paese era fare un salto: cooperare come indice dell'estroversione internazionale del nostro paese. Con la nuova legge 215 sono venute nuove risorse: oggi non siamo più l'ultimo paese del G7 e dell'UE in termini di aiuti, ma il 4°, con lo 0,27% del PIL. Lo 0,30 sarà raggiunto prima del previsto.
Un'inversione di tendenza anche in termini di visione che ha ridato dignità agli attori della cooperazione, vecchi e nuovi: ONG, diaspore, enti locali, imprese, terzo settore ecc. Il dibattito attorno alla cooperazione oggi esiste ed è vivace, penso personalmente al grande successo del nostro tour
"LAVORARE NELLA COOPERAZIONE" in 25 Università italiane. Il dibattito spesso è intrecciato con la questione delle migrazioni. Lo avevamo detto: se l'Italia non si interessa al mondo, il mondo certamente si interesserà all'Italia.

LA MIA ESPERIENZA

“AIUTARLI A CASA A LORO” CI FA CRESCERE

Noi ci siamo confrontati con la sfida dell'"aiutarli a casa loro". Concretamente. Molti vedono il mondo d’avanti a noi (per esempio il continente africano) solo come una minaccia, sognano un'Italia vintage; altri parlano di "inversione etnica" e disquisiscono di "razza bianca"; altri ancora accusano il mondo delle ONG di "guadagnarci" (vedi la questione "taxi del mare"). Noi crediamo invece che chi si cimenta con il difficile impegno dello sviluppo è degno di tutto il nostro rispetto. È la parte migliore del nostro paese e dell'Europa: quella di chi non si arrende davanti al dramma ma prova ad entrare negli inferni di questo mondo, a trovare soluzioni. Ma non basta: c'è la sfida di avere impatto, cambiare la prospettiva di futuro per i giovani africani o mediorientali. Per questo la nostra cooperazione è cresciuta, uscendo fuori dall'ordinario. Per rispondere alla domanda sullo sviluppo dell'Africa sono nate nuove interlocuzioni: da una parte quella con il settore privato e le imprese, dall'altra con le diaspore e le collettività straniere in Italia. È emersa una nuova coscienza: per aiutare davvero l'Africa, occorre fare in modo che vi si creino opportunità di lavoro. In altre parole: per sfuggire allo poverty trap l'Africa deve produrre. Qui si connettono gli interessi della cooperazione con quelli del nostro settore privato (specie le PMI): creare lavoro in Africa e internazionalizzazione delle imprese sono due aspetti che possono andare insieme facendo saltare i vecchi steccati ideologici che dividevano ONG e imprese. Aiutarli a casa loro ed aiutarsi assieme.

L’EUROPA SEGUE L’ITALIA

In base all'ultimo Rapporto Ocse, nel 2016 con 11,6 miliardi di dollari, l'Italia è stata il primo investitore europeo e il terzo mondiale, dietro Cina (38,4 miliardi) e Emirati Arabi Uniti (14,9 miliardi). Di fatto il cambio di rotta dell'Italia nei confronti del continente si è manifestato sin dalla firma, nel 2011, del "Patto per l'Africa" tra il governo italiano e gli esecutivi di numerosi governi africani per trasformare il rapporto da paese donatore ad attore di sviluppo nei settori delle infrastrutture, della tecnologia, della formazione, dell'agricoltura e del turismo.
Una riprova di questa nuova prospettiva è stato il moltiplicarsi dei viaggi in quella parte del globo delle più alte cariche dello Stato, come la missione in Nigeria, Ghana e Senegal nel febbraio 2016 dell'allora premier Matteo Renzi, la visita in Camerun ed Etiopia nel marzo 2016 del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, seguito ad aprile dalla mia personale in Senegal, Ghana, Tanzania, Namibia e Mozambico, mentre nel novembre 2016 fu l'allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, a recarsi in Niger, Mali e Senegal.

Sempre nel 2016, il 18 maggio, si è tenuta a Roma la prima conferenza ministeriale Italia-Africa con la partecipazione di rappresentanti di ben 52 paesi africani. Nello stesso mese, il governo Renzi ha proposto all'Ue una strategia di investimenti che affianchino l'aiuto pubblico allo sviluppo.

Ci sono poi idee italiana che partono dall'esperienza del cooperare che si sono fatte strada in Europa: Una di queste è il Migration Compact, accordi fra Ue e i Paesi africani di origine e transito dei migranti diretti in Europa. Chiaro l'obiettivo: "Solo in partenariato con i Paesi africani si potranno ottenere risultati reali. Per trattare con loro la questione dei flussi, si ha bisogno di una forte magnitudine di investimenti. La cooperazione da sola non ce la fa, anche perché le rimesse degli immigrati la superano del doppio.

L'idea italiana ha subito battute di arresto e appropriazione da parte di altri partner europei, fino al risultato dello scorso 6 luglio quando l'Europarlamento ha dato il via libera all'European External Investment Plan (Eeip), uno strumento con in dotazione 3,3 miliardi di denaro di aiuti pubblici che, facendo leva sul mercato finanziario, metterà in circolo 44 miliardi di investimenti privati. Parallelamente procede l'iniziativa italiana per un approccio collegiale e una più equilibrata ripartizione europea di fronte all'emergenza migratoria e alla crisi degli sbarchi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

PUNTARE TUTTO SUL MADE IN ITALY, A PARTIRE DALLA LINGUA E DALLA CULTURA

Un altro capitolo del mio ministero di questi ultimi anni, e stata la mia delega per la promozione della lingua e cultura italiana all’estero. La promozione della lingua italiana nel mondo è uno strumento essenziale di politica estera nonché un innegabile fattore di crescita economica. Al di là dell’intrinseco valore dell’internazionalizzazione di una lingua in termini di influenza culturale e “soft power”, che non è sfuggito ai cinesi che stanno investendo fior di quattrini per stimolare lo studio del cinese nel mondo, l’utilizzo dell’italiano all’estero è un business: fa vendere di più. L’italiano è la seconda lingua più usata al mondo dopo l’inglese nelle insegne commerciali e nella presentazione dei prodotti.

 

Da una ricerca su dieci Paesi condotta dalla San Pellegrino, è emerso che i consumatori mondiali sono disponibili a pagare il 9% in più per un prodotto con la dicitura “Toscana”. Lo sanno bene le imprese nordamericane, europee e asiatiche che utilizzano nomi italiani, o artifici che rimandano nella mente del consumatore a elementi propri della tradizione italiana, per pubblicizzare i loro prodotti. La nostra lingua è un tesoro di influenza e reputazione politica nonché un vettore di sviluppo economico.

Bisognava sfruttarla meglio. Con orgoglio sono stato felice di ideare e inaugurare la prima edizione de GLI STATI GENERALE DELLA LINGUA ITALIANA e così  anche di occuparmi della seconda edizione dell'evento. Tra i frutto più importanti di questo processo la creazione, da parte della  Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese della Farnesina di LI, il PORTALE DELLA LINGUA ITALIANA

In questa direzione, quella di una maggiora attenzione per l'estroversione della lingua e cultura italiana all'estero, ho contribuito a spingere l'esecutivo per lo stanziamento di 50 milioni nella legge di bilancio per la promozione della lingua italiana all’estero.

MARIO GIRO© 2018